Nel 2009 mi trovai senza lavoro, e iniziai a inviare cv a
svariate ditte e aziende, e a tutte le agenzie interinali.
Fu così che mi chiamò proprio una di queste agenzie: si
trattava di fare l’autista, ma mi avrebbero dato informazioni più precise al colloquio.
Scoprii così che avrei fatto, per due settimane, l’autista
delle nazionali italiana e svizzera di tennis per qualificarsi alla Coppa Davis 2009.
Arrivarono prima i dirigenti, poi i tennisti e anche alcuni
vip, e bisognava trasportarli dal campo di allenamento all’hotel dove
alloggiavano e viceversa, o portarli al ristorante o a qualche evento speciale
organizzato per l’occasione.
Per un grande appassionato di tennis come me fu una bellissima esperienza: trasportai tennisti
italiani piuttosto famosi come Seppi,
Fognini…Un giorno mi chiamano, mi dicono:
“Dovresti andare a prendere una signora al casello dell’aeroporto di Genova…” (si trova nella zona di Cornigliano). Avrei riconosciuto la
signora dall’auto, una Mercedes.
Scoprì poi che la signora in questione era Lea
Pericoli, con cui da ragazzo avevo passato molti anni in compagnia seguendo
le sue telecronache di tennis su Telemontecarlo,
che negli anni 90 mi regalò, insieme alla fantastica TeleCapodistria, giornate intere di meraviglioso tennis gratuito.
Già il fatto di aver fatto arrivare all’albergo la signora Pericoli facendomi seguire in sopraelevata e oltre, aveva reso questa
esperienza di lavoro indimenticabile ( poi la signora mi ringraziò confermando
ciò che avevo intuito seguendola in televisione: donna garbata e di gran
classe).
Ma le sorprese non erano finite qui: da giorni si vociferava
dell’arrivo di Roger Federer, cioè
non era sicuro che venisse a Genova per
giocare un semplice spareggio per entrare nella serie A della Coppa Davis.
Poi, un giorno, la conferma. Arrivò, e già due o tre dei
miei colleghi lo trasportò.
Eravamo circa una decina di autisti, e solo io ero
appassionato di tennis. Non solo, ero uno dei pochi a conoscerlo, da quando
vinse il suo primo Wimbledon e
rimasi estasiato dal suo gioco. Un’emozione guardarlo giocare, un tennis
magico, alcuni dritti incredibili ma soprattutto i rovesci, divini. Il migliore
di tutti i tempi, credo.
E un giorno mi chiamarono: porta Federer all’albergo. Non sapevo quasi se portarlo. Lui salì dietro
di me in pratica, poi salirono un collaboratore svizzero di fianco a lui e la
guardia del corpo di fianco a me.
Rimasi tutto sommato freddo. Mi rimase impresso, chissà perché
poi, la sua scioltezza nel parlare lingue diverse. Parlava in francese, poi
ricevette una telefonata e rispose in inglese. Ma per un personaggio come lui
non era poi così strano sapere le lingue.
Parlava tranquillamente, molto sereno. E poi arrivammo, nel
controviale davanti all’ingresso dell’albergo, e fui costretto a fermarmi in un
punto dove ai lati delle portiere c’erano delle aiuole con piantine piuttosto
ingombranti.
Ero già dispiaciuto, ma Roger
scese e con due o tre balzi riuscì a saltare l’aiuola e arrivò sul marciapiede:
una scena buffa. Poi, sorridendo, quel suo sorriso che avevo visto tante volte
dopo le sue vittorie, mi ringraziò, e mi salutò.
Un signore. Bofonchiai un ciao, e ripartii emozionato e
felice.
E così da quel giorno posso dire: ehi ragazzi! Ho portato Roger Federer in macchina! E gli ho
anche parlato!
In quanti possono dirlo? E’ fantastico!
A settembre son passati otto anni da quel giorno, che non
dimenticherò mai.
Grazie a te, Roger.